non mentire

1 capitolo: Evita le metropolitane

metropolitane

“Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessuno.”

– Mark Twain

Capitolo 1

 

La metropolitana delle diciotto e trenta ha un odore proprio, fatto di sudore, stanchezza e voglia d’essere altrove. È un odore caratteristico, al quale Claudia non era più abituata.

Non scendeva quelle scale dai tempi dell’università, da quando aveva avuto un attacco di panico proprio là sotto, sulla banchina del treno. Era avvenuto tutto velocemente: la calca di persone l’aveva imprigionata come una morsa, più lei tentava di respirare, più l’aria si faceva acre. Poi era giunto il panico, la sensazione di morte imminente, il desiderio di fuggire via. Ma dove? Non vi erano vie di d’uscita, era in trappola, imprigionata in una rete di sconosciuti che la spintonavano non curanti della sua sofferenza.

Era svenuta tra loro, non era nemmeno caduta a terra, i corpi dei pendolari premuti contro il suo l’avevano sorretta.

Da quel giorno, Claudia si era imposta una serie di rigide regole che la tutelassero da ulteriori attacchi di panico, le aveva scarabocchiate su un foglio che aveva riletto fino alla nausea. Col trascorrere degli anni, la lista si era allungata, divenendo una sorta di testimonianza di tutte le paure che la ragazza aveva sviluppato. 94 per la precisione.

Tra queste, ne spiccava una in particolare:

  1. Evita le metropolitane

Quel giorno, Claudia avrebbe tentato di superare l’ostacolo che si era imposta anni prima. Non l’aveva fatto di propria iniziativa, era stata costretta dagli eventi: l’auto aveva smesso di funzionare il giorno prima.

Venti minuti in metro, ecco quanto distava casa sua. Così poco, eppure troppo per lei.

La ragazza trasse un respiro di sollievo nello scoprire la banchina vuota. Salivano poche persone alla sua fermata, per fortuna.

Provò un incantevole piacere nel poter camminare avanti e indietro lungo la linea gialla segnata sul pavimento scuro. Poteva muoversi, poteva respirare. Sorrise di gusto, ritrovandosi a pensare che tutto sarebbe andato al meglio, che nessuno avrebbe potuto soffocarla o imprigionarla come le era accaduto un tempo.

Sollevò il capo verso il cartellone sul soffitto. “Tempo di attesa: 1 minuto”.

Prese a guardarsi attorno, scrutando i pochi individui che sull’altra banchina attendevano il treno diretto nella direzione opposta. Si concentrò a tal punto su di loro che si accorse solo dopo alcuni minuti del vibrare nervoso nella tasca del cappotto. Era il telefono. Aveva ricevuto un messaggio da parte di Pietro.

“Sono ancora a lavoro. Tu hai finito?”

Pietro era l’uomo migliore che Claudia avesse mai conosciuto, l’unico che nonostante tutto, le fosse sempre rimasto accanto.

Sto asp..”

Claudia si bloccò di colpo, cessando di digitare la propria riposta. Le parve di avere qualcuno alle spalle, aveva chiaramente percepito il respiro di un’altra persona sui propri capelli. Di istinto si voltò, scontrandosi con una brezza fredda, provocata dal treno in arrivo sulla banchina opposta.

«Detesto le metropolitane.»

Fu tutto ciò che disse, sentendosi una sciocca per aver scambiato quello spostamento d’aria per il respiro di un altro individuo. Dopo aver osservato il treno allontanarsi, riprese a scrivere a Pietro.

“Sto aspettando il treno, sono uscita prima oggi.”

Aveva appena inviato il messaggio, quando percepì di nuovo quella sensazione: vi era qualcun altro lì con lei. Come quando in un luogo affollato capita di avvertire lo sguardo di qualcuno addosso e voltandosi, eccoli lì, gli occhi di uno sconosciuto fissi su di te. Una sensazione simile, inspiegabile ma forte, si impadronì di lei. Se ne convinse ancor di più quando le arrivò alle orecchie un suono fastidioso, un fischiettio accennato e poi sempre più forte. Qualcuno stava fischiando quella che pareva essere una cantilena, una canzoncina che Claudia trovò inquietantemente familiare.

Deglutendo a fatica, tornò a ispezionare il resto della banchina.

Il fischiettare cessò improvvisamente, lasciando spazio a un nuovo rumore: passi.

La ragazza rimase col fiato sospeso, in attesa. Proprio quando i passi cominciarono a farsi più vicini, vennero coperti da un feroce stridio, quello del treno appena giunto.

Claudia non lasciò ai passeggeri il tempo di scendere, si fiondò immediatamente sul vagone più vicino, guardandosi alle spalle solo quando fu lì sopra, in mezzo a tutta quella gente.

Paradossalmente, quel treno stracolmo di persone non la infastidì, anzi, fu ben contenta di non essere più sola. Rimase in piedi per le successive tre fermate, poi, quando alcuni sedili si liberarono, ne scelse uno su cui accomodarsi.

Il telefono vibrò ancora.

“Ti è piaciuta la canzoncina?”

La ragazza non comprese il senso di quel messaggio inizialmente, poi, come un lampo la colpì. La canzoncina. Il fischiettare. Con occhi spalancati, lesse e rilesse quelle parole più volte. Non vi era alcuna traccia del mittente, non vi era nemmeno un numero, quel messaggio era comparso sullo schermo dal nulla, come una notifica qualsiasi.

La ragazza scrutò i passeggeri della metro, certa di trovarlo lì. Sapeva chi fosse il mittente, cercava un volto ben preciso, quello di Daniel.

Alcuni uomini non sono in grado di gestire un rifiuto.

Claudia aveva conosciuto Daniel mesi prima, subito dopo aver interrotto la frequentazione con Pietro. Era stato un flirt, terminato nel giro di una settimana, non appena Daniel aveva iniziato a dar segni di squilibrio. Claudia sapeva riconoscerli bene, comprendere le persone era il suo mestiere.

Daniel non aveva accettato di buon grado quella decisione, dando sfogo alla sua ossessione: aveva preso a chiamarla, richiamarla, cercarla, seguirla, fino a perseguitarla.

Solo con l’intervento di Pietro, Daniel si era dileguato.

Claudia era certa di essersi liberata di quell’ingombrante presenza, ma qualcosa non doveva essere andato secondo i piani.

Era tornato.

Claudia avrebbe voluto contattare Pietro, ma non appena i suoi polpastrelli sfiorarono lo schermo del telefono, quest’ultimo divenne nero. Si era spento.

La donna si rassegnò a trascorre il resto del viaggio spiando tra i passeggeri dove potesse essere Daniel.

Iniziò a fare il conto delle fermate mancanti.

Quattro fermate.

Prese a giocherellare nervosa coi propri capelli, scrutando apprensiva le persone scendere ogniqualvolta il treno si arrestasse. Immaginò un terribile scenario: sarebbe rimasta sola su quel vagone e a quel punto, Daniel sarebbe comparso dinnanzi a lei.

Tre fermate.

Per calmarsi, bevette un sorso d’acqua dalla bottiglietta ormai quasi vuota.

Due fermate.

Il vagone non si svuotò come Claudia aveva temuto, rimanevano ancora lei e un gruppo di donne, probabilmente colleghe di lavoro intente a ridere e lamentarsi della giornata appena trascorsa.

Alzandosi, Claudia passò loro accanto, riuscendo a cogliere qualche breve ritaglio delle loro conversazioni.

Farai qualcosa stasera? Cucino qualcosa per Gio e i bambini e poi mi guardo un film.

Che ne pensi della nuova stagista? Troppo stupida per durare da noi.

Vorrei tanto un aumento, non credi che me lo meriti?

Erano i dialoghi più falsi e noiosi che Claudia avesse mai sentito. Le persone credono che colmare il silenzio sia sempre una buona idea, ma alle volte, tacere è la scelta migliore.

Rimase lì, davanti alle porte, ad osservare il proprio riflesso. Decise di bere ancora un po’ d’acqua, dentro quel treno faceva caldo, troppo.

Si sentì sollevata solamente quando il convoglio frenò.

Era arrivata, pochi minuti a piedi e sarebbe stata a casa.

Immaginò attentamente il tragitto che avrebbe percorso: sarebbe arrivata nel suo appartamento, avrebbe salutato Sammy e in seguito chiamato Pietro. Avrebbero risolto la questione Daniel, una volta per tutte.

Cullata da questi pensieri si rilassò, prendendo a camminare più veloce, verso le scale, diretta in superficie.

Fu proprio allora che accadde.

I rumori cominciarono a giungerle in maniera ovattata, la vista le si offuscò. Dovette aggrapparsi al corrimano umido delle scale, di modo da risalirle senza cadere.

Le tornò tutto in mente, il panico provato l’ultima volta, la sensazione di svenimento.

Questa volta però la sensazione fu diversa, non aveva paura, si sentiva stranamente tranquilla, come sotto l’effetto di troppi calmanti. Una volta da ragazzina le era successo un episodio simile: si era sentita male, al mare, dopo una giornata sotto il sole cocente. Aveva alzato gli occhi verso il cielo azzurro e aveva cessato di vederlo, tutto si era offuscato, lento e lei era svenuta. Era stato un calo di pressione.

Stava forse accadendo di nuovo? No, quello che stava provando in quella dannata metropolitana era ben peggio. Sentiva le persone passarle accanto, strattonarla, gridarle di togliersi di mezzo e non ingombrare la scala. Lei a malapena riusciva a tenere gli occhi aperti, a rispondere o chiedere aiuto.

Qualcuno le posò una mano sulla spalla destra.

«Tutto bene signorina?»

Era una donna, la sua voce era docile, seppur inquieta. Claudia provò a guardarla ma non riuscì a metterne a fuoco il viso, non riuscì a mettere a fuoco nulla.

Era tutto buio.

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