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Influencer che scrivono libri

INFLUENCER CHE SCRIVONO LIBRI

E ALTRI MOTIVI PER ASPIRARE ALL’ESTINZIONE (UMANA NATURALMENTE)

È un titolo ovviamente provocatorio, lo dico per tutti coloro che tra 3,2,1 potrebbero accusarmi di essere invidiosa.
Certo che lo sono e avviso già da ora che questo sarà un articolo di sfogo.
Più che invidiosa, sono un tantino perplessa e anche delusa dal mondo editoriale.

Premessa

Partiamo dall’inizio: da dove nasce il desiderio di scrivere queste brevi righe?
Si tratta di una riflessione che covo dentro di me da svariati anni, da quando girovagando per le librerie ho iniziato a imbattermi in interi scaffali, se non reparti, dedicati a libri “scritti” da youtubers e influencer.
Inserisco le virgolette, perché sono certa al 99,9% (lo 0,1% lo tengo come beneficio del dubbio) che pochi youtubers abbiano realmente scritto le proprie opere. I ghostwriters avranno avuto molto lavoro in questi anni, ammettiamolo.
Precisiamo, anche se trovo stupido farlo, che non ho nulla contro questi personaggi noti, neanche contro i loro libri a dirla tutta; ce l’ho in generale con il livello qualitativamente mediocre che certe case editrici, soprattutto le big, stanno toccando in nome del guadagno.

Facciamo chiarezza

Dunque, normalmente i libri scritti da influencer e youtuber si dividono in tre categorie:
Biografie. Non ne ho mai letta mezza e mai lo farò, non per cattiveria, ma per completo disinteresse. Già normalmente non amo le biografie, ma se dovessi mai leggerne una, certamente sceglierei una figura di valore, che abbia apportato una qualche utilità alla nostra storia, società ecc. Leggermi la storia del ragazzino sfigato che a tredici anni si rifugia nel mondo dei videogiochi e inizia a riprendersi con una webcam… non mi affascina. Perdonatemi.
Storie alla tumblr, come le chiamo io. Si tratta di romanzetti il cui target principale è quello adolescenziale. Sono perfetti prodotti commerciali, dove riscontriamo elementi tipici e ricorrenti: titoli nonsense, personaggi stereotipati, protagonista buffa e imbranata ma bella (lei però non se ne rende mai conto avendo l’autostima di un criceto), personaggio maschile bello, impossibile, sfuggente… praticamente un bad boy da manuale. Alle volte vi sono ulteriori chicche, come il migliore amico friendzonato, il peluche a forma di orsacchiotto, le mollettine rosa e tanto altro trash che vi risparmio.
• Vi sono poi libri che varrebbe la pena leggere: i manuali. Mi viene in mente Cliomakeup che in passato mi pare abbia scritto libri inerenti al make up, fornendo istruzioni e consigli in proposito. Ecco, questo è un genere di libro che posso tollerare, un libro che una volta acquistato mi dia qualcosa, abbia un senso, uno scopo. Tu sai fare qualcosa, ci scrivi sopra qualche pagina, la pubblichi e puoi essere d’aiuto al tuo pubblico.

Riflessione

Fatto questo breve elenco, passiamo alla riflessione principale che da tempo mi ronza nella testa. C’è una domanda che mi tormenta da tempo e che vorrei porre a determinate case editrici: Perché privilegiate la mediocrità? Perché invece di puntare sugli emergenti talentuosi (e non parlo di me, tranquilli) pubblicate, perdonatemi il termine, queste merdate? Perchè sono “scritte” da influencer?
Non necessito neanche di una risposta in realtà, poiché il motivo è chiaro: vendite assicurate e soldi.
Il che mi rattrista a dir poco, come tutti gli ambienti in cui non vedo meritocrazia. Basta avere un minimo di seguito, qualche follower di qua e di là e di colpo ogni porta ti viene aperta, non importa che tu sia un’analfabeta, non importa che tu non sappia coniugare un congiuntivo o mettere una virgola… puoi fare tutto ciò che vuoi. Essere ospitato in televisione, scrivere un libro, una canzone, tra un po’ persino incontrare il Presidente della Repubblica.
Capisco che puntare sugli emergenti sia un rischio. È più semplice investire su Giulia De Lellis e le sue corna d’oro, che credere nel progetto di uno scrittore che aspiri a divenire tale.
Tutto ciò mi fa letteralmente imbestialire, fino a un certo punto.
Poi, dopo essermi calmata e aver razionalizzato, mi rendo conto che forse non sono le grandi CE a puntare sulle persone sbagliate. Sono io che sbaglio, puntando su di loro.
È meglio essere pubblicati da una casa editrice piccolo-media ma che investa nei talenti, piuttosto che aspirare a una big che sforni mediocrità su mediocrità.

Amara riflessione di una ragazza senza corna e senza editore

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