Incipit

Incipit de “Il costo dei desideri”

Incipit Il costo dei desideri

Il seguente testo è tratto dalle prime pagine del mio manoscritto, vale a dire l’incipit. Leggendo queste righe potrete conoscere due dei personaggi principali della storia: Matilde, la voce narrante e Riccardo.
Ho letto e riletto più volte questa scena, senza mai stancarmene. Ci tengo a condividerla con voi, essendo oltretutto la scena di apertura!

Dai un’occhiata qui!

Buona lettura…

13 maggio 2009

«Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.»

Notai subito quel libricino abbandonato sul ciglio della strada. Sentendone una sorta di richiamo mi chinai a raccoglierlo, con la vana speranza di sottrarlo ai crudeli colpi della pioggia. Sfortunatamente, non fui abbastanza veloce: l’inchiostro di alcune parole aveva già preso a sbiadirsi sotto i miei occhi.
Montale era da sempre uno dei poeti preferiti di mio padre, non mi fu quindi complesso riconoscere la poesia impressa tra le pagine di quel libro ormai fradicio.
Sarei rimasta lì col viso chinato a leggere, se non avessi sentito quei rumori: un colpo secco, seguito da un lieve lamento. Non appena mi resi conto di quanto stesse avvenendo a pochi metri di distanza, mi domandai come avessi potuto non accorgermene prima. La scena che mi si presentò davanti mi fece tremare le gambe: Michele ed Enrico, ormai famosi bulletti del quartiere, si stavano crudelmente accanendo contro un terzo bambino. Inizialmente si accontentarono di lanciargli contro qualche sassolino, poi, quando videro la loro preda cadere a terra e portarsi le mani al viso per proteggersi, presero a scagliargli contro pietre più grandi. Si alternavano senza sosta: quando uno si adoperava per lanciare un ciottolo, l’altro si abbassava a terra per raccogliere quello successivo e via così, in un ciclo perfettamente scandito.
La pioggia colpiva violenta il suolo come Michele ed Enrico colpivano quel ragazzino. E io me ne stavo lì, ferma, a guardare, domandandomi cosa sarebbe accaduto se mi fossi intromessa.
Nella cittadina in cui ero nata, non era insolito insegnare ai propri figli quello che per molti era un fondamentale valore di vita: l’indifferenza. Il problema non esiste se lo ignori.
Fortunatamente, i miei genitori non mi avevano mai impartito nulla di tutto ciò.
«Fermi!»
Mi piacque il suono che quella parola ebbe sulle mie labbra. Sapeva di forza, di coraggio e anche un po’ di timore. Tutte emozioni che in quel momento stavano scuotendo il mio corpicino. Non avevo mai difeso qualcuno, a parte mio fratello durante i litigi coi nostri genitori, perciò quella era in assoluto la prima volta in cui mi facevo avanti. Sperai di non dovermene pentire.
Il mio eroico gesto ottenne una manciata di occhiate sbalordite da parte dei tre maschi lì presenti.
Fu in quel momento che seppi di aver fatto la scelta giusta: il ragazzino che indifeso se ne stava a terra non era una persona qualsiasi, era Riccardo, era mio amico. Mi sorpresi nel vederlo lì, sconfitto e tartassato dagli scherzi di Michele ed Enrico, molto più bassi e deboli di lui, che se solo avesse voluto, avrebbe potuto difendersi senza troppa fatica. Invece se ne stava lì, con la pelle sanguinante e livida, il corpo immobile e privo di una qualsiasi volontà di reagire.
Forse, leggendo nel mio sguardo una sorta di delusione, Riccardo chinò il capo, interrompendo ogni contatto visivo tra noi. Non fecero altrettanto Michele ed Enrico, che presero a scrutarmi prima sbalorditi e poi beffardi.
«È arrivata la tua ragazza a difenderti!»
Non ricordo se fu Michele o Enrico a pronunciare quella frase, in ogni caso, subito dopo, entrambi riversarono su di me risatine derisorie: io, una femmina, per giunta minuta e innocua, pensavo di spaventare due come loro?
Come a volermi dimostrare di non temermi affatto, lanciarono un sasso verso di me, mancandomi di pochi centimetri.
«Se non te ne vai farai la sua stessa fine.»
Enrico era solo un ragazzino ma il tono minaccioso con cui pronunciò quell’avvertimento me lo fece sembrare più grande e imponente. A dirla tutta, non fu solo il suo modo di parlarmi, ma anche il suo aspetto a intimorirmi: più che robusto era cicciottello, troppo per un bambino di soli dodici anni. Non che Michele fosse da meno, viste le guance paffute e le braccia così grasse da riuscire a malapena a essere contenute nelle maniche della maglia che indossava. Se non li avessi conosciuti fin dall’infanzia, li avrei scambiati per fratelli, invece non erano altro che amici, perfidi e identici amici.
Così com’era amico mio Riccardo, che vittima delle loro angherie scrutava serio la scena. In cuor mio continuai a sperare in una sua reazione, pregai che finalmente si decidesse a ribellarsi contro i due bulli. Alla fine, non osò nemmeno muoversi.
Ricordo perfettamente i suoi occhi in quell’occasione, erano freddi, indifferenti, erano gli occhi di chi ha smesso di lottare. Lui sentiva di meritare quanto stesse avvenendo. Lo trovai scandaloso: come poteva farlo, arrendersi a solo dodici anni?
Al contrario suo, io non ero disposta a rassegnarmi. Fu così che dopo un lungo respiro, portai un piede avanti e poi l’altro, fino a ritrovarmi a meno di un metro dai tre. Se Michele o Enrico avessero voluto colpirmi, a quella distanza ci sarebbero riusciti perfettamente. Lo capirono anche loro, per quanto stupidi fossero, tant’è che notai Michele in particolare rigirarsi un sasso tra le mani. Lo faceva con frenesia, come se avesse tra le mani un ferro rovente e non vedesse l’ora di liberarsene, stava solo decidendo quale parte del mio corpo scalfire. Proprio quando parve aver scelto, un grido riecheggiò per la via, bloccandoci tutti.
«Vattene!»
Con mia grande sorpresa, non furono Enrico o Michele a parlare, bensì Riccardo stesso. I suoi occhi non erano più spenti, ma vivi e furiosi, seppur nei confronti della persona sbagliata. Il suo viso era digrignato in un’espressione altrettanto feroce, che peggiorò ulteriormente davanti al mio rimanermene immobile.
«Ti ho detto di andare via!»
Mi si rivolse con un’aggressività tale da ferirmi.
Perché ti comporti così? Gli domandai silenziosamente con sguardo perso e confuso.
Lui non rispose, semplicemente chinò nuovamente il viso, come se non volesse nemmeno più posare lo sguardo su di me.
Il suo allontanarmi fu solo un modo per proteggermi, ma a quei tempi non lo compresi e offesa dal trattamento che mi aveva riservato, gli voltai le spalle.
Forse la mia non fu la scelta giusta, ma infilai nello zaino il libro appena raccolto e mi allontanai.
Per alcuni metri riuscì a sentire i colpi che Enrico e Michele continuarono a riversare su Riccardo e tormentata da quel suono iniziai a correre finché non cessai di udirlo.
Avrei voluto aiutarlo, ma lui non me l’aveva permesso. Quella non fu l’unica volta in cui accadde.

 

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  3. Matilde e Fabio, i gemelli
  4. Il costo dei desideri: Riccardo, il bambino fortunato
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